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Villa romana sul Lago di Massaciuccoli

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Presso il lago di Massaciuccoli, si ergono i ruderi di un'antica villa romana risalente al I secolo d.C., attribuita alla famiglia pisana dei Venulei.

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Tutto l'ambito del lago di Massaciuccoli presenta tracce di insediamenti risalenti all'età arcaica. Durante il periodo etrusco il comprensorio fu caratterizzato da una particolare importanza in ambito commerciale; tale funzione proseguì in epoca romana quando la zona, interamente bonificata, venne a costituire uno degli approdi più importanti della costa versiliese.

Parallelamente, in zona collinare, località Massaciuccoli, si svilupparono alcuni agglomerati abitativi, le tracce più rilevanti relativi ai quali, permettono di riconoscere chiaramente un edificio assimilabile ad una grande villa.
Ai piedi di questo complesso, lungo via Pietra Padule, è visibile una piccola area archeologica che probabilmente corrispondeva ad una stazione di sosta dell´antica via romana che costeggiava la sponda del Lago.

I primi scavi archeologici relativi alla zona risalgono al Settecento, con la scoperta dietro l'abside della Pieve di San Lorenzo di resti di due locali pavimentati ad opus sectile e di tipo musivo a tessere bianche e nere. L'impresa, nella tradizione dell'epoca venne immortalata in una grande tela oggi conservata presso il Museo Nazionale di Villa Guinigi a Lucca, che ripropone appunto la decorazione musiva.
Una serie ininterrotta di lavori di scavo perdurati poi sino al Novecento, hanno gradualmente messo in luce i diversi vani relativi all'ampia villa residenziale di I secolo d.C., attribuita alla famiglia pisana dei Venulei.
Trattavasi in origine di un edificio limitato ad alcuni volumi realizzati sulle rive del Lago, in seguito, ampi rimaneggiamenti durante ben due secoli sotto l'Impero Romano, ne ampliarono notevolmente la consistenza fino a realizzare una ampia zona termale al piano terreno ed una serie di locali residenziali posti dove ora sorge la Pieve di Santo Stefano.
Diverse le possibili ricostruzioni relative all'area termale; se in un primo momento, Antonio Minto, direttore degli scavi attorno al 1910, tendeva a riconoscere la parte centrale di un edificio termale interpretando l'ambiente rettangolare  come frigidarium e il vano absidato a nord come calidarium, le più recenti ipotesi portano a riconoscere nei tre ambienti collegati un "triclinio-ninfeo", schema caro all'architettura di epoca neroniana e flavia. Il ninfeo avrebbe ricevuto l'acqua da un impianto, già identificato da Minto come castellum, ubicato tra i due terrazzi. Un ulteriore vano, interamente occupato da una grande vasca in marmo bianco potrebbe essere assimilabile tipologicamente alla sudatio presente anche in altre strutture similari, come ad esempio la villa Adriana di Tivoli.

Gli oggetti rinvenuti nei due complessi archeologici erano stati inizialmente esposti nell´edificio realizzato negli anni Sessanta del secolo scorso sui resti della stazione di sosta.

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